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Prefazione di Folco Quilici al libro di Antonio Bignami "ERA BLU"
Roma, 19 novembre 2004

ERA BLU


E' forse la prima volta che mi capita di leggere, senza annoiarmi, il testo d'un libro scritto da un subacqueo sulle sue avventure sotto il pelo delle onde. In genere testi simili sono quasi tutti eguali, stucchevolmente retorici, spesso scritti male e prevedibili nelle loro smargiassate. Avevo quindi detto "no" all'ennesima richiesta di "scrivere due righe" come presentazione del libro che in questo momento avete tra le mani. L'insistenza dell'Autore era però simpatica e non asfissiante; così, ho accettato di leggere qualche pagina.
Quando, poi, il testo definitivo, giunto via e-mail, è passato su carta (odio le "schermate") ho aspettato una giornata calma e una sera tranquilla e mi sono accinto alla ri-lettura di tutto.
E non m'è voluto molto per passare definitivamente dal "dovere di leggere" al piacere di leggere.
Come anticipazione di quel piacere, ho goduto dello stupore - come lettore - di trovarmi di fronte a parole inusuali, come slamata, ardiglione, i barbi nei raschi, savette, la sassola.
O in riflessioni altrettanto sorprendenti, in un libro del genere. Non si possono non ammirare brani come questo: "L'esito finale é sfuggente e smaliziato come il cavedano nelle assolate domeniche di luglio. Quando ne puoi vedere la sagoma inconfondibile sotto lo specchio chiaro dell'acqua immobile in quel momento anche lui ha già visto te e quindi sei fregato." Oppure: ""E oggi come è andata?" "Al solito" rispondeva mio padre "non avevano fame i pesci e allora abbiamo mangiato noi". Un buon pescatore non ammetterà mai di aver pescato: anche se ha le reti piene, risponderà sempre con giri di parole, con scherzi o con frasi che sembrano una risposta ma in realtà dicono tutta un'altra cosa." Perbacco, questo è uno che scrive non solo con competenza, ma anche con il gusto di provocare il lettore, sommando a una sua cultura specifica, una buona dose di humor!
Al di là di questa simpatica esibizione, mi sono poi appassionato a pagine più specificatamente subacquee. Riflesso di avventure simili, se non identiche, a quelle vissute da tutti noi della grande tribù; ma scritte in ritmo diverso, stile nuovo. Ad esempio, come quando annota che: "(…) Ogni isola aveva la sua barriera corallina personale, riserva privata di vita e di colori: nel pass, un canale naturale che tagliava in due l'oceano collegando il mare esterno con il mare interno, nuotavano, in venti, venticinque metri di vertigine azzurra, pesci più grandi."
E quanti testi ho già letto (inclusi molti dei miei!) che non hanno raggiunto la forza espressiva di questo?
E di là dove narra che: "(…) Oltre, dove l'acqua del pass sprofondava, con un gradino netto, verso le migliaia di metri di fondo dell'Oceano Indiano, nascevano, vivevano, combattevano e morivano i grandi padroni del blu: squali, tonni, carangidi, barracuda, king-fish, pesci vela e marlin. Seguivano richiami ed istinti a noi sconosciuti, nuotando continuamente verso chissà quali confini: negli angoli e sui gradini della porta del mare aperto dove il fondale cedeva al blu cupo della caduta, la corrente violenta dava nutrimento e vita regalando la visione di una quantità di pesci assolutamente inimmaginabile, un' apoteosi colossale di guizzi e scodate." Tuttavia, non furono solo queste pennellate di verità, queste descrizioni riflesse in parole nuovo a conquistarmi.
Ma certi pensieri brevi, fulminanti ("La memoria gioca con il nostro destino" oppure "la vita è una vecchia signora che beve il suo tè e aspetta."). E altri più elaborati: "Il mare ha ritagliato un pezzo della mia vita andandolo a piantare come un chiodo ad espansione nella zona più inaccessibile della mia mente. Poi, improvvisamente, come uno spadaccino che attende paziente di poter assestare il colpo migliore quando l'avversario è distratto, mi ha fatto pagare. Non è stato un conto proporzionato a tutto quello che ho ricevuto, il mare si è tenuto un buon margine di credito, forse per non illudermi o forse per avvertirmi che dietro l'angolo c'è un'altra cambiale da riscuotere."
Parole che anticipano momenti di paura e angoscia: "(…) Continuavo a pensare a quella grande madre blu e bianca che mi accoglieva e che ogni volta mi raccontava una storia differente, ma il rollio cadenzato delle onde e il corso della mia vita, avevano ormai imboccato rotte differenti. Pensavo che il mare non mi avrebbe più messo alla prova, ma sbagliavo."
Riflessioni che si susseguono sino a introdurre il momento della grande paura. Una pagina ne anticipa il dramma, con sottile abilità: "L'immersione può anche essere frenetica ed emozionante, ma la risalita è misteriosa e inquieta. Ogni volta che finisce, toglie dalla scacchiera un pezzo di vita e se ne aggiunge un altro, il filo tenue che ci sorregge e ci ricongiunge al nostro habitat è invisibile, si è sciolto nell'acqua e si nasconde come un serpente che attraversa veloce la pista del deserto, ma il filo c'è, c'è sempre, non è come il serpente che ogni volta fa arrestare il fuoristrada in una nuvola di sabbia candida, ci invita ad affannarci e a scrutare tra la sabbia e gli arbusti, ma lui chissà dove è andato."
Lo avete capito: l'autore sta introducendo, con le parole che avete appena letto, la grande paura, la cronaca di quanto angoscia ogni sub: il terrore dell'embolia. Ho scritto e letto molto sull'argomento. Cronache agghiaccianti, altre spavalde. Molte redatte assai male, altre di insopportabile retorica.
Non è questo il caso. Qui si legge che: "Una, forse due minuscole bolle di azoto, rimaste chissà perché nascoste e asintomatiche per tutte queste ore, si sono dirette verso il midollo spinale interrompendo l'afflusso di carburante e il fiume impetuoso di dati che corrono veloci attraverso strade invisibili, sconosciute, fragili e irrimediabilmente incapaci di ricostruire le parti danneggiate.
Il serpente dà un primo morso.
Le gambe, non ho più le gambe, poi la bestia sale con vampate di calore e di tremiti innaturali e asincroni, come il ¾ sincopato di un percussionista di colore. Non ho più il sedere: come è possibile che le mie natiche siano sparite?
Mi ero mosso nel letto dieci minuti fa e avevo sentito con il sedere quella minuscola e impalpabile piega del lenzuolo stirato e fresco di bucato.
Il serpente continua a mordere, adesso non sento più niente al di sotto della pancia, mi manca metà del corpo, ma l'altra metà è lucida e attiva.
Sono disperato e solo."

Ho citato un lungo brano, ma non mi accontento. Aggiungo ancora qualche riga, là dove Bignami, dopo l'incidente, annota: "Quanto amo il mare. Neanche oggi riesco ad odiarlo perché nel bene e nel male è sempre stato di parola con me e non mi ha mai regalato nulla di banale, sempre emozioni violente e irripetibili.
Il conto non è chiuso?."


Non meriterei le emozioni che m'hanno offerto le parole di questo libro, se non estrapolassi i pensieri di Bignami nel narrare del suo giorno più terribile, non tra squali di oceani profondi, o tra orche voraci di acque antartiche. Ma nel bassofondo davanti alla riva d'un piccolo centro di vacanza. Rena Maiore. Dove: ""Due bambini, due fratellini di otto o nove anni erano andati alla spiaggia con un loro zio, quella mattina. Hanno voluto fare il bagno assieme: sono spariti."."
Solo un miracolo, scrive Bignami, poteva salvare quei fratellini. Ma: "… la rotta dei miracoli, quel giorno, passava lontano, molto lontano da Rena Maiore. Dio era distratto quel giorno, guardava da un'altra parte."
La frase conclusiva offre misura dell'animo di chi scrive dopo una simile esperienza: "Alla fine porto in superficie il primo corpo ed è come una liberazione: non c'è più nulla da fare, non c'è mai stato nulla da fare, oggi è la giornata più inutile e disumana della mia vita".

Ma non voglio concludere in questi toni alti, drammatici. Ma con una nota di straordinaria freschezza, un pensiero dell'Autore, parole dalle quali sarebbe poi scaturito il titolo di questo libro: "Era proprio blu il mare intorno a me. E' stato bello scrivere una storia da guardare ed è stato appassionante ritrovare immagini da leggere"

Folco Quilici
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